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Normale che la moda reinterpretasse l’accessorio obbligatorio del momento: la mascherina. Un’idea in più viene da Just A Corpse, griffe di dancewear irresistibile anche fuori dalla sala ballo, che nell’ultima collezione ha inserito una capsule di mascherine, ideali per i ballerini che stanno riprendendo lezioni e prove, nonché per il pubblico del balletto che spera di tornare presto ad ammirarli a teatro.

«L’idea ci era venuta già alla fine dello scorso anno, durante un viaggio di lavoro in Asia» ci racconta Valerija Kelava, fondatrice del brand insieme a Uros Belantic. «A Seul, Tokyo, Shangai, città che anticipano trend e stili, l’uso della mascherina era già consuetudine, non solo come dispositivo protettitivo, ma anche quale accessorio di stile. A pandemia esplosa abbiamo deciso di creare la nostra versione: l’abbiamo ideata e messa in produzione, nonostante le difficoltà del lockdown totale. Avevamo a disposizione solo tessuti che usiamo regolarmente per i nostri capi e che avevamo in casa. Offrire il prodotto prima possibile era una delle nostre priorità».

Just A Corpse
Just A Corpse

Questa prima edizione è disponibile nei tre colori signature del brand: nude, blush e blue jeans, oltre a una variante fantasia. Il modello, che come tutti i capi della coppia reinterpreta il motivo del drappeggio a ispirazione di Madame Grès, è composto da due strati di jersey tecnico all’interno e altri due strati di tulle stretch drappeggiato all’esterno: gli stessi tessuti dei body Just A Corpse. Se la maschera è estensibile e si modella intorno al basso volto, i laccetti regolabili, sistemati intorno alla testa, garantiscono tenuta per il movimento. L’ideale per danzatori, che da quando a fine aprile le mascherine sono apparse sul webstore del brand – indossate da Valerija che è anche una nota modella  – si sono affrettati a ordinarle. «Crediamo che le mascherine saranno ormai la norma delle nostra quotidianità, un nuovo, essenziale accessorio. Anche per la danza: noi non vediamo l’ora che i teatri riaprano e saremmo lusingati di vedere i nostri modelli indossati dal pubblico e dai danzatori. Certo questi accessori ci stanno aiutando a far conoscere il nostro brand anche oltre il mondo della danza».

Un salto che Just A Corpse sta già compiendo grazie alla preferenza di stelle del balletto che sono anche global celebrities e Instagram influencers: Dorothée Gilbert e Amandine Albisson étoiles dell’Opéra di Parigi, Lauren Cuthbertson Principal dancer e Melissa Hamilton First Soloist del Royal Ballet, Maria Kochetkova étoile internazionale e la giovanissima ballerina del Bolshoi Stanislava Postnova aka Ruby Tear. «Uros Belantic, il nostro head creative, è stato danzatore prima di iniziare il suo training a Vienna con Helmut Lang e proseguire la carriera a Parigi come fashion designer. Qui  ha messo insieme i suoi due mondi disegnando costumi per il balletto e la danza contemporanea».

Just a Corpse
Just a Corpse

La sede creativa inizialmente a Parigi, oggi Just A Corpse fa base in Slovenia, a Lubiana (città d’origine di Valerija e Uros), più efficiente e sostenibile visto che qui è localizzata la produzione, nazionale e artigianale. Una scelta rivelatasi utile per la piena operatività durante la pandemia. Mentre il mercato, oggi principalmente asiatico nella distribuzione, cerca nuovi modi per raggiungere la clientela occidentale, anche in Italia.   

«In costante contatto con i danzatori, sviluppiamo un nuovo approccio al design del dancewear cercandone l’evoluzione» spiega Valerija. «Il concept del nostro brand è uno sportwear per professionisti ideato come sofisticato capo fashion. Disegniamo i nostri capi pensando alle ballerine professioniste: leotards e unitards, skirts, leggings, tops, bralettes, jackets, jumpsuits, pezzi leggeri, confortevoli, fluidi per il movimento, considerando che per il loro stile di vita frenetico e impegnativo hanno bisogno di un abbigliamento a strati, con il body a pelle come primo strato. Non per niente proprio il body è il pezzo simbolo di Just A Corpse: un capo contemporaneo ibrido, che può essere leotard da danza ma anche top da sera o costume da bagno».   

In tal modo la collezione attira non solo ballerine di professione, ma anche danzatrici amateurs, spettatrici della danza e appassionate d’arte, come rivela l’ultima collezione, “The New pre Raphaelite”, ispirata a motivi preraffaelliti. Anzi, secondo quanto riferisce Valerija, sono proprio queste le donne che più divulgano la versatilità di un dancewear che diventi stile, per il giorno e per la sera.

Per scoprire di più: il sito del marchio Just a Corpse e la pagina dedicata alle mascherine

Just a Corpse
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L'haute couture del 900 è caratterizzata da grandi protagoniste femminili, da Jeanne Lanvin a Madeleine Vionnet

La grande couture del 900 è oggi attribuita a una ristretta e rinomata cerchia di artisti, che con ingegno, ispirazione e una non trascurabile dose di visionarietà, hanno plasmato la forma della moda contemporanea. Coco Chanel è artefice di una liberazione del corpo femminile, che alle stecche di balena sostituiva un più morbido e confortevole jersey; a Elsa Schiaparelli si attribuisce la prima vera fusione fra arte e moda, che nelle sue collezioni si univano in abiti stravaganti, accessori scultorei e colori sgargianti - erano gli anni in cui l'haute couture nasceva nelle boutique parigine.

Oggi, i nomi delle due più celebri couturière del XX secolo sono sinonimo di un'eleganza assoluta e atemporale, ma contemporaneamente molti altri cadono nell'oblio nonostante il loro immenso valore. Donne come Madeleine Vionnet, Madame Grès, Jeanne Lanvin o le Sorelle Fontana, erano un tempo associate a un lusso pionieristico che instillava nella sartoria degli ideali sociali, politici ed estetici, e metteva in discussione la cultura masochista a colpi di cuciture. Imprenditrici, creative, rivoluzionarie, questi personaggi dell'haute couture del 900 sono quantomai attuali, modelli di intraprendenza ed emancipazione da ricordare, preservare e tramandare

Madame GrèsMadame Grès
Scultrice di tessuti, Germaine Krebs, nota come Madame Grès (1903-1993), è antesignana della moda come ricerca estetica, come un processo di riscoperta dell'arte e delle culture antiche che rivivono sotto forma di peplo. “Volevo diventare una scultrice in quanto per me lavorare un tessuto o la pietra è la stessa cosa”. Amante della bellezza ellenica, della tradizione scultorea greco-romana cui si ispira per i suoi abiti, ha anticipato nelle sue creazioni il minimalismo di The Row, l'utilizzo di stampe e stoffe africane e tribali di Dolce & Gabbana. Giocando con volumetrie, linee e drappeggi senza cuciture, Madame Grès ha guidato per oltre cinquant'anni la sua maison, Alix, fondata nel 1942, vestendo nel corso degli anni grandi dive del cinema fra cui Marlène Dietrich e Greta Garbo.
Getty ImagesMadame Grèsvogue-alta-moda-designer-novecento-madame-gres (1).jpg
Abito di Alix by Madame Grès, ottobre 1937.
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Mrs. Leo d'Erlanger (Edwina) in abito Alix by Madame Grès fotografata da Horst P. Horst, 1936.
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Abito di Alix by Madame Grès e gioielli Boucheron. Foto di Horst P. Horst per Vogue USA, settembre 1937.
Getty ImagesMadeleine VionnetMadeleine Vionnet
Corsetti, pannier, rigidità. Parole che non erano congeniali alla visione di abbigliamento di Madeleine Vionnet (1876-1975), e che grazie a lei iniziarono il processo di decadimento completato da Coco Chanel. Nota per l'assoluta morbidezza delle sue creazioni, Vionnet è celebre per essere stata la prima a introdurre il taglio di sbieco nella couture. Si tratta di un taglio in diagonale di 45° rispetto al verso della trama e dell'ordito, sul quale la maison possiede i diritti d'autore, in grado di donare estrema elasticità agli abiti, rendendoli più elastici, fluidi e sensuali. Sua caratteristica era anche la silhouette a sirena, amatissima a Hollywood, fra i modelli più desiderati dalle donne negli anni 30 e 40. Abilissima sarta, disegnava bozzetti che, per la maggior parte delle modelliste, si rivelano impossibili da cucire, e lei stessa seguiva l'intero processo di creazione delle sue collezioni.
Getty ImagesMadeleine VionnetHoyningen-Huene - Vogue 1933
Mme. Jean Bonnardel indossa un abito creato da Vionnet e gioielli Cartier.
Getty ImagesMadeleine VionnetHoyningen-Huene - Vogue 1933
Mme. Jean Bonnardel indossa un abito in georgette con ampia cappa e guanti, tutto Vionnet, cui abbina gioielli Cartier.
Getty ImagesMadeleine VionnetMadeleine Vionnet's dress. Paris, around 1935.
Un design originale di Madeleine Vionnet, 1935.
Getty ImagesJeanne LanvinJeanne Lanvin
Con una maison che tutt'oggi porta il suo nome, Jeanne Lanvin (1867-1946) è certamente fra i talenti più avanguardisti del 900. Romantica e femminile, la sua estetica si compone di ricchi ricami floreali, di colori delicati e di design vaporosi ed eterei, che rappresentano la controparte fiabesca del costume anni 30. Colonna portante della sua maison era però il suo ruolo di madre: con la nascita della figlia Marguerite nel 1897, la sua ispirazione sarà catalizzata dalla forza e dalla tenerezza del rapporto madre figlia, che sceglierà anche come simbolo e logo della maison Lanvin (ad oggi, il brand conserva ancora il celebre logo noto come “la donna e la bambina”). Sarà proprio la maternità a renderla la prima designer della storia a creare una linea di abbigliamento per bambini, con completi coordinati a quelli delle mamme. Eclettica creatrice, Jeanne Lanvin è una donna d'affari a tutto tondo, fra le prime a espandere una maison di haute couture nel campo degli accessori e dei profumi.
Getty ImagesJeanne LanvinJeanne Lanvin Dressmaker
Una modella posa con abito Lanvin.
Getty ImagesJeanne LanvinVogue 1938
Una modella, fotografata da Horst P. Horst, indossa un abito da sposa Lanvin in organza bianca con fiori ricamati abbinato a un cappello a falda larga.
Getty ImagesJeanne LanvinFashion Photography From Lipnitzki
Un design originale di Jeanne Lanvin, con cappello in feltro conico e velo di tulle, 1937.
Getty ImagesSorelle FontanaSorelle Fontana
Zoe, Micol e Giovanna Fontana sono le sorelle dietro la cui intraprendenza si cela il successo dell'omonimo atelier romano, la cui fama internazionale ha contribuito a creare il mito del Made in Italy. Nato in concomitanza con il fiorire di Cinecittà e del Neorealismo, l'atelier diventa meta obbligatoria per tutte le grandi attrici dell'epoca, da Audrey Hepburn a Ava Gardner e Lauren Bacall, passando per le dive nazionali tra cui Gina Lollobrigida e Sophia Lauren. A consacrare definitivamente la maison delle Sorelle Fontana, sono i costumi che le designer crearono per Anita Ekberg per il suo ruolo ne La Dolce Vita di Federico Fellini (1960), abiti sontuosi e raffinati, fra i più celebri della storia del cinema. Loro sono anche le prime divise del personale di volo Alitalia, realizzate nel 1950. Oggi, molti dei modelli dell'atelier sono conservati presso prestigiosi musei, tra cui il Metropolitan e il Guggenheim di New York e il Louvre di Parigi.
Getty ImagesSorelle FontanaAva Gardner Modeling Designer Gown
Ava Gardner a Roma nell'atelier delle Sorelle Fontana, mentre indossa un abito della maison in taffetà nero e pizzo di Spagna, decorato con una rosa di tessuto sui fianchi.
Getty ImagesSorelle FontanaPleated Cocktail Dress
Un abito da cocktail delle Sorelle Fontana in broccato di seta, con gonna plissé e una giacca peplo che si apre sui fianchi.
Getty ImagesSorelle FontanaA model wearing a dress from Fontana sisters' fashion collection
Una modella indossa un abito con guanti a tre quarti e cappello con veletta coordinati, creati dalle Sorelle Fontana negli anni 50.
Getty ImagesClaire McCardellClaire McCardell
Claire McCardell (1905-1958) è considerata la madre della moda americana, nonché la prima designer statunitense ad aver creato una linea d'abbigliamento sportivo. Nonostante un periodo di apprendistato a Parigi, immersa nell'atmosfera della couture europea, sarà lo street style americano a influenzare maggiormente le sue creazioni. Affascinata dalla moda maschile, da cui prenderà in prestito fusciacche, cravatte e completi per le sue collezioni femminili, utilizzava tessuti comodi e pratici, come il calicò, il denim e il jersey di lana. Grande amica dell'iconica Diana Vreeland, che le farà da mentore e consigliera, Claire McCardell pone la prima pietra dell'American Look che oggi trova il suo rappresentante in Ralph Lauren.
Getty ImagesClaire McCardellVogue 1952
Lisa Fonssagrives posa con un ampio abito a righe bianche e rose di Claire McCardell.
Getty ImagesClaire McCardellVogue 1943
Due ensemble creati da Claire McCardell: a sinistra, una mise con cappotto reversibile; a destra un completo con gonna e giacca in total denim.
Getty ImagesClaire McCardellVogue 1949
Un design originale con gonna plissé e giacca sagomata di Claire McCardell, cui si abbinano un cappello di paglia di Brewster e una borsa Phelps. La modella è fotografata da Horst P. Horst.
Getty ImagesMary QuantMary Quant
Se oggi indossiamo la minigonna, lo dobbiamo a Mary Quant (1934). La stilista britannica creò questo capo iconico negli anni 60, e sin da subito si impose come simbolo dell'abbigliamento rock femminile. Appassionata di musica e grande fan dei Beatles, la designer plasmerà le sue collezioni nelle subculture musicali londinesi, concentrate nelle variegate Carnaby Street e King's Road. Oltre alla minigonna, a lei si devono gli stivali di gomma, quelli alti al ginocchio, le maxi zeppe, senza contare l'abito a quadri e le giacche corte in vinile. Stilista prediletta della modella Twiggy, è stata definita dallo scrittore Bernard Levin come “l'alta sacerdotessa della moda degli anni 60”. Amica di Vidal Sassoon e attiva frequentatrice dei salotti più chic dell'epoca, Mary Quant è stata insignita, nel 2014, del titolo di Dama Comandante dell'Ordine dell'Impero Britannico dalla Regina Elisabetta II “per i servizi resi alla moda britannica”.
Getty ImagesMary QuantQuant Boots
Da sinistra: Anne Goddet indossa una scarpa 'Pin Up' e uno stivale in suede con nastri modello 'Plantagenet'; la modella Ika indossa la stringata con zeppa in suede ‘Sprinter e gli stivali al ginocchio con allacciatura posteriore modello ‘Jacob’s Ladder'. Tutte le calzature sono firmate Mary Quant.
Getty ImagesMary QuantStrapless Dress
Una modella indossa il tubino ‘Shoe-fly-pie’ di Mary Quant, creato per valorizzare le forme del corpo femminile.
Getty ImagesMary QuantFashion by Mary Quant, 1970
Una modella posa per le strade di Londra in total look Mary Quant, 1970.
Getty ImagesElsa PerettiElsa Peretti
Elsa Peretti (1940) è considerata una delle più grandi disegnatrici di gioielli del XX secolo, un talento eclettico e multiforme che per anni ha collaborato con Tiffany & Co. Dopo una carriera da modella, si dedicò interamente al design, spostandosi dall'Europa a Manhattan, centro dell'Alta Gioielleria dell'epoca. Le sue creazioni si distinguono per il loro approccio dinamico e moderno, lontano dallo sfarzo dei monili classici, e più vicino a un'ideale di eleganza minimale e sofisticata. Fra i suoi materiali prediletti svettano l'argento sterling, giada, lacca e rattan, che si univano in gioielli dalla silhouette fluida e leggera, spesso ispirati alla cultura asiatica. Sin dalle prime collezioni per Tiffany & Co., il suo successo fu enorme, soprattutto fra i consumatori più giovani che ne apprezzavano l'originalità, e ancora oggi restano fra i più venduti.
Getty ImagesElsa PerettiDenver Post Archives
Alcune creazioni in oro e argento di Elsa Peretti realizzate per Tiffany & Co., tra cui un candelabro e un porta carte, 1980.
Getty ImagesElsa PerettiVogue 1974
La modella Lois Chiles posa con un abito Halston e una collana di perle e onice di Elsa Peretti.
Getty ImagesElsa PerettiSolid Gold Mesh Bra
L'iconico reggiseno in mesh di oro puro realizzato da Elsa Peretti per la New York Fashion Week del 1975.
Getty ImagesSonia RykielSonia Rykiel
Nel documentario Karl Lagerfeld si disegna del 2014, il designer afferma che un chiaro ricordo di sua madre era il suo guardaroba, interamente firmato Sonia Rykiel. Soprannominata come la “regina del tricot” Sonia Rykiel (1930-2014) inizia la sua carriera nella moda creando maglioni in pura lana molto ampi, realizzati durante la gravidanza per la necessità di indossare capi comodi, e passati alla storia come i maglioni Poor Boy. Grande conoscitrice della lana, tessuto che rimarrà sempre al centro delle sue collezioni, sperimenterà molte tecniche di lavorazione e ricamo, tra cui le cuciture a vista e gli orli incompiuti. A lei si devono inoltre i primi capi in maglieria con slogan e scritte stampate. Amante del total black e di un'eleganza semplice e ricercata, è da molti paragonata a Coco Chanel sia per l'impiego di tessuti elastici e confortevoli, sia per la passione condivisa per il colore nero. Molti designer iconici, tra cui Yves Saint Laurent, Giorgio Armani e Jean-Paul Gaultier, hanno affermato di considerarla musa, ispirazione e maestra per il proprio stile.
Getty ImagesSonia RykielDéfilé Sonia Rykiel Prêt-à-Porter Automne-Hiver 1979-80
Sonia Rykiel presenta la collezione Autunno Inverno 1979-80.
Getty ImagesSonia RykielDéfilé Sonia Rykiel, Prêt-à-Porter Printemps-été 1985
La sfilata Primavera Estate 1985 di Sonia Rykiel.
Getty ImagesSonia RykielDéfilé Sonia Rykiel, Prêt-à-Porter Automne-Hiver 83-84 en mars 1983
La collezione Autunno Inverno 1983-84 di Sonia Rykiel.
Getty Images


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“I was at the Hôtel Ritz in Paris, between shows during fashion week. I was there drinking tea or a cappuccino, I don’t remember which. Franca Sozzani was sitting nearby. She was resting too. We had never met before. Then a mutual friend of ours came up and introduced us. Franca said to me, ‘I like your jacket [a black Balenciaga].’ That’s how it all began. We started talking and she asked me for my phone number. I never imagined that just seven days later she would call me to ask, ‘Could you fly to Singapore and do a photo shoot of some artists for the art issue?’ Naturally, I agreed.”

These are the words of Rushka Bergman, a fashion editor, moviemaker and artist. Hailing from Serbia, she contributed to L’Uomo Vogue for over a decade, starting in 2007. She created cover stories featuring people like Steven Spielberg, Tim Burton and Michael Jackson – she was Jackson’s personal stylist and creative consultant. “I brought the great celebrities to L’Uomo. I contacted them and organised the photo shoots, worked on the sets and introduced my creativity. And everything went smoothly. Franca and I never disagreed. Our working relationship was easy going. She never once knocked on my work. She just said ‘Bravissima!’ cover after cover.” Rushka continues: “For years L’Uomo Vogue filled a gap. There was no menswear magazine on that high level.”

 Was it hard as a woman working for a men’s magazine? “When you’re an artist it hardly matters whether you’re a woman or a man. To a stylist, it’s much the same. The only discriminating factor is taste. Either you have it or you don’t. It’s something you have within you, whatever country you come from. There are no barriers and no borders. It’s a universal language. And it’s powerful.” The most complex part of her work was “always managing to choose clothes that pushed celebrities to try something new without going too far. They had to be just right to enable you to get the best photo.” 

Did she ever feel overawed by a super celebrity? “No. The bigger the person, the more confident they are, and working with them gets easier. Steven Spielberg, for instance, turned up on the set without a manager or agent and we were able to get through it all very quickly. The younger they are, the more complicated it gets. They have a crowd of people in tow – publicists, agents, managers – who all want to have their say.”

Which was the cover she loved the most? “Michael Jackson. He was special. The number one show business character in recent years. And after him, finding other celebrities for L’Uomo was even easier.”

Opening photograph by Francesco Carrozzini, from L’Uomo Vogue’s archive.

L'Uomo, n. 8, May 2020 


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A 73 anni dall'inizio del Festival di Cannes, l'ambita Palma d'oro resta uno dei massimi riconoscimenti dell'industria. Il premio è stato assegnato ad alcuni dei più grandi autori della storia - Roberto Rossellini, Orson Welles, Henri-Georges Clouzot, Luis Buñuel - e la sua prospettiva globale è rimasta coerente, con riconoscimenti a nuovi film che si assumono il rischio di fare luce su problemi sociali urgenti, da qualsiasi paese provengano. Nonostante l'annullamento dell'edizione di quest'anno a causa della crisi del coronavirus, la sua influenza continua a farsi sentire, in particolar modo dopo il successo, sia di critica sia commerciale, del vincitore della Palma d'oro dell'anno scorso: l'audace thriller di Bong Joon-ho Parasite.

Il 23 maggio avrebbe dovuto essere annunciata la Palma d'oro 2020 del Festival di Cannes; per l'occasione ecco una lista di 10 film vincitori da rivedere ora, da un musical surreale degli anni '70 a un commovente dramma famigliare giapponese.

1. La Dolce Vita (1960) La Dolce Vita, 1960.Film and Television
La Dolce Vita, 1960.
Photography Shutterstock

Non c'è introduzione migliore all'opera di Federico Fellini di questo esuberante capolavoro. Ambientato in sette decadenti giorni romani, parla di un giornalista stanco del mondo (Marcello Mastroianni) a caccia di storie per la sua rubrica di pettegolezzi. Le donne che insegue sono glamour ed enigmatiche - Anouk Aimée brilla nel ruolo di un'ereditiera annoiata - ma la più affascinante è Anita Ekberg nella parte di una star del cinema che, dopo aver ballato fino a tarda notte, entra nella Fontana di Trevi con un lungo abito da sera.

2. Blow-Up (1966) Blow Up, 1966.Film and Television
Blow Up, 1966.
Photography Shutterstock

Veruschka con un abito da cocktail coperto di perline, Vanessa Redgrave con una camicia a quadri e Jane Birkin con un miniabito a righe - le attrici che popolano il classico cult di Michelangelo Antonioni sono tanto incisive quanto maestre di stile. Interpretano i soggetti e le diverse prospettive di un fotografo di moda (David Hemmings) la cui vita è scombussolata quando incappa nella scena di un omicidio. È un thriller che si sdoppia in un ritratto vibrante della Swinging London, completa di feste scatenate e colonna sonora rock'n'roll.

3. Taxi Driver (1976) Taxi Driver, 1976.Taxi Driver - 1976
Taxi Driver, 1976.
Photography Shutterstock

Il racconto di alienazione urbana di Martin Scorsese conta sulla performance che ha consacrato Robert De Niro. Nel ruolo di un veterano del Vietnam riconvertito in tassista gira per le strade di New York turbato dalla corruzione e dallo sfruttamento in cui s'imbatte. Presto si farà strada la violenza, ma c'è una bellezza inaspettata nell'allucinato impianto visivo e nella colonna sonora del film: un sogno febbricitante di cartelli al neon, marciapiedi bagnati di pioggia e vapore che si alza sinistramente dai tombini.

4. Apocalypse Now (1979) Apocalypse Now, 1979.Apocalypse Now - 1979
Apocalypse Now, 1979.
Photography Shutterstock

In questa elettrizzante epopea di guerra, un soldato (Martin Sheen) viaggia dal Vietnam alla Cambogia in missione segreta per assassinare un colonnello disertore. Risoluto nella rappresentazione degli orrori della guerra, il film passa da campi cosparsi di napalm a giungle inghiottite dalle fiamme, fino a un bombardamento sulle note della Cavalcata delle valchirie di Wagner. Al di là delle scene passate alla storia, è una meditazione sull'assurdità della guerra e sulle ferite psicologiche che si lascia dietro.

5. All That Jazz - Lo spettacolo continua (1979) All That Jazz - Lo spettacolo continua, 1979All That Jazz - 1979
All That Jazz - Lo spettacolo continua, 1979
Photography Shutterstock

Lo spettacolare musical semi-autobiografico di Bob Fosse apre su un turbinio di slanci di gambe e jazz hands, ma sotto la superficie brillante le cose sono molto più complicate. Il film gira intorno a un eccentrico coreografo (Roy Scheider) che si destreggia tra progetti a Broadway e a Hollywood, correndo tra i teatri e le sale di montaggio fino a perdere progressivamente contatto con la realtà. Ci sono sequenze di danza da sogno, costumi elaborati e bizzarre incursioni nella mente di un genio creativo.

6. Kagemusha - L'ombra del guerriero (1980) Kagemusha- L'ombra del guerriero, 1980.Film and Television
Kagemusha- L'ombra del guerriero, 1980.
Photography Shutterstock

Nel Giappone feudale del XVI secolo, la morte di un principe viene nascosta tramite un sosia, un ladruncolo che gli somiglia in modo impressionante. Tatsuya Nakadai interpreta felicemente entrambi i ruoli, nella sua penultima collaborazione con il leggendario regista Akira Kurosawa. È un'epopea di samurai che miscela intrighi di corte shakespeariani e battaglie esplosive, culminando in una terrificante scena in cui l'impostore lascia che la sua arroganza abbia la meglio.

7. Paris, Texas (1984) Paris Texas, 1984.Film and Television
Paris Texas, 1984.
Photography Shutterstock

I vasti paesaggi del sud ovest americano sono lo sfondo poetico del malinconico road movie di Wim Wenders. Il film inizia con un vagabondo (Harry Dean Stanton) che cammina solo nel deserto. Dopo una misteriosa assenza di quattro anni, viene trovato dal fratello (Dean Stockwell) e parte per ritrovare la moglie perduta (Nastassja Kinski). Vale la pena di vederlo anche solo per la performance di quest'ultima, commovente, misurata, per non parlare del bob sfilato e del miniabito di mohair fucsia che l'hanno resa un'icona di stile.

8. Lezioni di Piano (1993) Lezioni di Piano, 1993.The Piano - 1993
Lezioni di Piano, 1993.
Photography Shutterstock

Con questo affascinante dramma in costume, Jane Campion è diventata la prima, e ancora l'unica, donna regista a vincere il premio principale di Cannes. Le intense interpretazioni delle due attrici hanno ricevuto un Oscar: Holly Hunter nel ruolo di una vedova scozzese muta e Anna Paquin in quello della sua precoce figlioletta. Le due vengono spedite in Nuova Zelanda dopo che la prima è stata promessa in matrimonio a un proprietario terriero, ma la tragedia si profila quando accetta di dare lezioni di piano a un rude boscaiolo (Harvey Keitel) di cui si innamorerà.

9. Un affare di famiglia (2018) Un affare di famiglia, 2018'Shoplifters' Film - 2018
Un affare di famiglia, 2018
Photography Shutterstock

Una famiglia poco convenzionale è al cuore del delicato studio sulla povertà moderna a Tokyo di Hirokazu Kore-da. Una banda composta da un'anziana matriarca, una coppia, una ragazza e un bambino fa quadrare i conti con i furti nei supermercati. Presto, prendono con loro una bambina (Miyu Sasaki) che sospettano stia subendo abusi da parte dei genitori. La bambina è stata rapita o salvata? Il film non offre molte risposte ma cattura con il calore, la compassione e la lucida visione del mondo.

10. Parasite (2019) Parasite, 2019.'Parasite' Film - 2019
Parasite, 2019.
Photography Shutterstock

Parasite è il primo film a vincere sia la Palma d'oro sia l'Oscar come Miglior film dopo Marty nel 1955, l'audace satira di Bong Joon-ho ha consolidato il suo posto nella storia del cinema. Una travolgente e spassosa commedia che combina la commedia nera con l'horror di hitchcockiana memoria e il realismo sociale - una fiaba su due clan, uno povero ma ambizioso e uno ingenuo e benestante, le cui vite si intersecano. La scenografia è impeccabile, i dialoghi pungenti ed è innegabile una crescente inquietudine.



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Per oltre un secolo, dalla fine dell’Ottocento e per tutto il Novecento, le riviste hanno funzionato in un modo semplice: la maggior parte delle donne comprava magazine femminili, che si rivolgevano a un particolare archetipo di donna occidentale, mentre gli uomini compravano i maschili, che facevano sognare di poter assomigliare a un certo tipo di mito virile. Una divisione legata al pubblico che si intende raggiungere, naturalmente, e di conseguenza agli inserzionisti pubblicitari che si vogliono attirare. Le cose, oggi, non sono più così semplici.

Non c’è, nel 2020, un tasso di certezza su questa anagrafica simile a quello che ci sarebbe stato settanta, trenta, perfino quindici anni fa. Come detto, la distinzione esiste dai primissimi vagiti dei magazine dell’era contemporanea, un periodo iniziato a fine 1800 e che continua fino a ora: per esempio Vogue Usa, quando viene acquistato da Condé Montrose Nast nel 1909, diventa un mensile per un pubblico femminile – nato nel 1892, era generalista e settimanale – e, da quel momento, inizia a espandersi enormemente, con le prime edizioni oltreoceano – Inghilterra e poi Francia – già negli anni Dieci e Venti. Anche Vanity Fair, oggi considerato dal mercato un femminile, inizia nel primo decennio come un “gendered magazine”, però maschile, con grande accento sui contenuti culturali: sulle sue pagine firmavano articoli e opinioni T. S. Eliot e P. G. Wodehouse. Per quanto riguarda i maschili più famosi, invece, è nel 1931 che nasce Apparel Arts, rivista di tessuti e moda maschile per addetti ai lavori, che si trasformerà in Gentlemen’s Quarterly, e successivamente GQ, nel 1958 – e da una cui costola nascerà Esquire, nel 1933. Da lì, e fino a oggi, le due grandi strade parallele dei periodici hanno continuato a esistere più o meno immutate o con poche modifiche davvero rilevanti, così come, d’altra parte, le posizioni occupate dai totem dell’uomo e della donna nelle società occidentali.

Negli ultimi dieci anni, più o meno, le cose sono cambiate drasticamente: quelli che sembravano colossi, gli archetipi di ciò che è maschile e ciò che è femminile, non si sono limitati a mutare pochi dettagli per staccarsi dalla tradizione, ma sono esplosi sotto decine di spinte di diverso tipo e forza. Confini spariti, certezze polverizzate. La moda si è adattata più rapidamente di altri settori, sperimentando felicemente; la cultura cerca ancora una via precisa, goffa e impigliata in centinaia di imbarazzi, mentre politicamente la confusione della ridefinizione ha portato alla nascita di sacche di conservatorismo più violente ed estreme che in passato. Così l’editoria, che deve tenere insieme tutti questi ambiti, si è ritrovata a chiedersi: hanno ancora senso le distinzioni tra maschili e femminili?

Una risposta è difficile perché, per la prima volta, quegli stessi modelli sono in discussione. «Una rivista di successo deve costruire un mito a cui i lettori possano credere», diceva Harold Heyes, storico direttore di Esquire negli anni Sessanta. Quello che manca, oggi, è proprio quel mito. L’obiettivo di una rivista è di nuovo, quindi, il più difficile: ricostruire un’identità.

Il numero di ottobre 2019 di GQ Usa è stato dedicato alla “New Masculinity”. In copertina, Pharrell è vestito con un abito-piumino di Moncler Genius disegnato da Pierpaolo Piccioli, lungo fino ai piedi. Non soltanto il tema – come sta cambiando ed è cambiato il concetto di mascolinità, appunto – mostra un’attenzione nuova ai confini dei generi, sono anche i colori della fotografia scelta – toni vivaci e brillanti finalmente accostati anche ai guardaroba maschili – a introdurre un cambiamento nell’immagine mostrata dell’uomo. Jim Nelson, il direttore di GQ che ha preceduto l’attuale editor-in-chief Will Welch, ha detto alla Columbia Journalism Review: «Gli uomini non scompariranno, e nemmeno la mascolinità. Ma l’idea è di approcciarla in una modalità nuova e moderna». In Italia, Giovanni Audiffredi ha iniziato un’operazione simile da quando è stato nominato direttore di GQ, nel gennaio 2019. «Il fatto di voler salvaguardare un’identità di genere è ancora utile dal punto di vista editoriale: esiste la beauty da uomo, esistono, commercialmente, dei consumi “maschili”», dice, e spiega poi parte di questa operazione di riposizionamento, partita dalla versione online: «Qui abbiamo eliminato la categoria “Girls”, che faceva numeri enormi. È stata una scelta coraggiosa, ma ne eravamo convinti. Sono due anni, ormai, che ci battiamo contro l’identità di maschio tossico, malato di adrenalina».

È stato proprio l’online il territorio più pericoloso, negli ultimi anni, quello in cui si è rischiato di perdere la battaglia per l’identità: «Quando finisci per essere uno dei venti siti che scrivono un pezzo sul raffreddore di Kylie Jenner, non hai più molti modi di differenziarti dagli altri», diceva nel novembre 2019 a Business of Fashion Mikki Halpin, creative consultant ex Mtv e Glamour. La causa è semplice: lo spostamento degli investimenti commerciali su internet ha portato alla sacralizzazione del “traffico”, metriche quantitative che ignorano quasi completamente la qualità e la fidelizzazione, concetti fondamentali, in passato, per il successo delle riviste.

Eppure superare le barriere di genere, affermava Johanna Blakey, managing director del Norman Lear Center all’Università della Southern California, nel 2010 in un TED Talk, è «un imperativo finanziario». Allora, se da un lato il rischio di riviste troppo gendered è quello di escludere lettori in un’epoca in cui si legge sempre meno, e al capo opposto della corda c’è il pericolo dell’annacquamento, qual è una giusta via di mezzo? Ci sono esempi di magazine che mantengono una chiara identità di genere pur avendo un pubblico ampio: è il caso di The Cut, il “femminile” del New York Magazine diretto da Stella Bugbee, che tiene in equilibrio tematiche di genere, femminismo, spettacolo e molta politica fatta bene, certamente meglio di tanti “generalisti”; ma è anche il caso dei “gemelli” The Gentlewoman e Fantastic Man. Sono dimostrazioni che la strada da seguire non è quella che porta a diluire la propria identità, ma a mantenerla seguendo nuove sensibilità e, piuttosto, aprire a un pubblico unisex coinvolgendo nuove firme e inserendo argomenti, articoli e reportage “no gender”.

Anche la versione italiana di GQ ha visto aumentare molto, negli ultimi mesi, le lettrici: «Il 38% dei lettori digitali e frequentatori dei social di GQ, da TikTok a Instagram, fino al sito, sono donne», spiega Audiffredi, «e abbiamo oltre il 30% di lettrici print. Credo che questo sia perché la lettrice donna è più abituata a un contenuto qualitativamente alto: per anni, in passato, la qualità giornalistica era più alta nei femminili».

Eppure, mentre le testate più storiche cercano di aprire a pubblici più ampi, c’è una spinta verticale di magazine sempre più gendered e indipendenti. Una reazione che non è però conservativa, e indica una naturale tendenza alla ricerca di un equilibrio, testimonianza del fatto che esiste una grande energia – soprattutto dal lato femminile – nel voler affermare una nuova identità di genere. Gli esempi sono di natura diversa, ma accomunati da una proposta editoriale molto concentrata su una nicchia. Ci sono: magazine curatissimi nella grafica e nell’estetica come Riposte, rivista statunitense in cui le protagoniste sono solo donne; riviste maschili dall’ispirazione vintage come The William Brown Project, lanciato da Matthew Hranek, già editor di Condé Nast Traveller: un’esplosione di alcolici, tweed, automobili, buon cibo e completi su misura. E ancora: nuove ibridazioni come quella dell’inglese Season, fondata da Felicia Pennant, che unisce calcio, femminismo e diritti Lgbtq+. «L’obiettivo è quello di mostrare, celebrare e rafforzare le figure femminili nel calcio», spiega Pennant, un passato a Elle, GQ e Nylon, «ma anche discutere e portare allo scoperto questioni che in quel mondo non sono abbastanza affrontate, come omofobia e sessismo». Anche sui social nascono progetti verticali: l’organizzazione Women’s March non avrebbe avuto lo stesso successo senza il supporto di Instagram, in cui continua a vivere quasi come una testata; un esempio simile è l’organizzazione femminista Time’s Up. In Italia – ma con canali seguitissimi anche in inglese e spagnolo –, va segnalato il successo di veri e propri media online-only come Freeda, con quasi 2 milioni di follower. E non ci sono solo testate: troviamo anche personaggi che sono istituzioni a sé stanti, come Karley Sciortino, columnist per Vogue Usa, soprattutto veterana fondatrice del sex-blog cult Slutever, che continua a vivere, in modo nuovo, sempre su Instagram. Il discorso, tra parentesi, è diverso per le pubblicazioni Lgbtq+, da sempre più identitarie e radicate, con titoli che hanno fatto la storia dell’editoria non soltanto indie come Butt Magazine o Girls Like Us.

Capita, e spesso, di scambiare un processo di transizione – anche in cose delicate come il genere – per un terremoto o una catastrofe. Succede nella società, e succede naturalmente in editoria, un ambito che vuole riflettere l’immagine di quella società. La sfida, difficile ma interessante, è quella di costruire un modello diverso, innovativo, ma non del tutto nuovo. Un’evoluzione, prima di una rivoluzione.

In apertura: una delle copertine di Vogue Italia di maggio 2020, uscito in edicola insieme con L'Uomo Vogue e dedicato al dialogo tra maschile e femminile



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Lucie e Luke Meier sono i co-designer e co-creativi di Jil Sander. A loro è stata data carta bianca per il progetto di A Magazine curated by, il magazine firmato da N°21. In un processo che prende avvio a luglio 2019, i designer invitano il lettore a una riflessione e un dialogo aperto sulle dualità di un tema che è presente in tutto il loro lavoro - HUMAN NATURE / MADRE NATURA.

Flora, flowers by Sachiko Ito, Milan
Flora, flowers by Sachiko Ito, Milan
 Vincenzo Castella at Jil Sander

Storie dal deserto canadese alle Alpi svizzere, passando per le strade di Parigi e Firenze. Spazi di lavoro degli artisti in Europa e negli Stati Unitd: duecento pagine a forte impatto visivo nella migliore tradizione dell'editoria d'arte per un potente confronto tra il mondo della natura, i costrutti dell'architettura e i fenomeni culturali umani. Paesaggi mozzafiato si intrecciano con scene di fragilità e bellezza su una scala micro e macro. Opere storiche dell'arte moderna, le preferite dai Meiers, sono accostate a nuove immagini, nomi nuovi si alternano a volti affermati della fotografia. I contributi personali abbondano, con riflessioni sul tema offerto attraverso la fotografia e la pittura, l’illustrazione, le interviste, la musica e la poesia. Fino ad arrivare a dei veri e propri saggi dedicati alla nuova educazione alle arti liberali del Black Mountain College e alla sostenibilità nella moda di oggi.

La moda dagli archivi di Jil Sander, quella disegnata da Lucie e Luke Meier, e quella di OAMC - un brand menswear progettato e co-fondato da Luke Meier nel 2013 - è narrata in un portfolio di Olivier Kervern.

Mentre il tema e i contenuti dell'edizione sono stati concepiti mesi prima che l’emergenza Covid-19 spazzasse il mondo, A Magazine # 21 è stato finalizzato e stampato nel bel mezzo della crisi in Francia e in Italia. A titolo di promemoria, uno degli ultimi contributi dei curatori Selva Barni e Massimo Torrigiani presenta il lavoro del fotografo italiano Giasco Bertoli - le cui immagini aeree raffigurano scene di allontanamento sociale per le strade di Parigi scattate dalla finestra del suo appartamento.



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Piano City Milano è una delle manifestazioni che, nonostante la sua "giovane età" (è giunto alla nona edizione), è rapidamente entrata nel cuore di tutti gli amanti della musica. Un'occasione per ritrovarsi intorno alle sette note e al cospetto dei loro massimi interpreti che in questo 2020 ha visto l'iniziativa venire rimandata a causa della pandemia del covid-19.

Gallerie d'ItaliaGallerie d'Italia
Gallerie d'Italia
Photographer: Federico Sangiorgi

Ma se il virus può fermare le persone, non può fermare le emozioni e infatti, anche se Paino City Milano verrà rimandato in autunno, da domani prende il via Piano  City Milano Preludio 2020, assaggio della manifestazione che in tre giorni darà comunque l'occasione a  tutti di vivere comunque la magia del pianoforte.

Piano Risciò
Piano Risciò
Marco Pieri

Concerti, tanti, importanti saranno il cuore di questo preludio che vedrà artisti del calibro di Chilly Gonzales, Ludovico Einaudi, Joep Beving, Rosey Chan, Enrico Intra E Rufus Wainwright esibirsi in casa loro o in luoghi simbolo della città non ancora aperti al pubblico per una serie di dirette in musica che  si potranno seguire sul sito web (www.pianocitymilano.it) e sulla pagina Facebook di Piano City Milano (https://bit.ly/Pianomipreludio_Evento_FB).

Pol Solanar
Pol Solanar
Marco Pieri

E poi con Piano City Milano Preludio tornano i concerti post lockdown nelle versioni del Piano Risciò di Fabrizio Grecchi che domani, sabato 23 maggio, in Stazione Centrale darà vita a un tributo ai Beatles e il Piano Tandem di Simone Quaranta che in quartiere Duomo si concentrerà su atmosfere blues e jazz.

Ludovico Einaudi
Ludovico Einaudi
Photographer: Federico Sangiorgi

Interessante anche il Piano Sleep che, nelle notti di venerdì e sabato, a partire dalla mezzanotte si concentrerà sull'opera di Satie per accompagnare le serate riproponendo le Vexations prodotte dal Teatro Miela di Trieste per i 154 anni del compositore. Piano City Milano è un progetto di Associazione Piano City Milano con il Comune di Milano, a cura di Ponderosa Music&Art e Accapiù, con la direzione artistica di Ricciarda Belgiojoso e Titti Santini. Con il sostegno dei partner tecnici Steinway & Sons, Yamaha, Fazioli, Griffa & Figli, Passadori Pianoforti, Bösendorfer, Tagliabue, Tarantino Pianoforti e AIARP e dei media partner Corriere della Sera, Radio Monte Carlo, Piano Solo e Amadeus. Con la collaborazione di YES MILANO.

Il programma completo si trova a questo indirizzo: www.pianocitymilano.it/#programma-preludio



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Dopo il successo del biliardino extra lusso, Louis Vuitton presenta il suo primo tavolo da biliardo, completando l’eccezionale collezione di giochi della maison.

Il tavolo da biliardo Louis Vuitton è realizzato con una struttura in legno e disponibile in tre raffinati rivestimenti in tela, o nelle ancor più lussuose quattro versioni in pelle.

Le varianti in tela includono il Monogram Eclipse, il Damier Graphite, e l'inconfondibile motivo Monogram disegnato da George Vuitton, figlio del fondatore nel 1896 come tributo al padre. I modelli rivestiti in pelle ondulata Epi, spaziano tra le tonalità intense del ciano e del fucsia e originali versioni bicolore: blu marino e pistacchio, oppure in pelle liscia nella combinazione caramello e bianco.

L'artigianalità della maison si manifesta anche nei dettagli del tavolo, come gli angoli rivestiti in pelle naturale dai bordi dipinti a mano. Rifiniscono il tavolo i rivetti metallici incisi con la firma della Maison.

Il biliardo Louis Vuitton è completato dagli accessori di gioco come il set di biglie con i numeri dipinti a mano all’interno del fiore del Monogram, due stecche in pelle e tela Monogram e un triangolo in pelle.

louis vuitton tavolo biliardo 10.jpgLouis Vuittonlouis vuitton tavolo biliardo 2.jpgLouis Vuittonlouis vuitton tavolo biliardo 11.jpgLouis Vuittonlouis vuitton tavolo biliardo 1.jpgLouis Vuittonlouis vuitton tavolo biliardo 9.jpgLouis Vuittonlouis vuitton tavolo biliardo 3.jpgLouis Vuittonlouis vuitton tavolo biliardo 7.jpgLouis Vuittonlouis vuitton tavolo biliardo 4.jpgLouis Vuittonlouis vuitton tavolo biliardo 5.jpgLouis Vuittonlouis vuitton tavolo biliardo 8.jpgLouis Vuittonlouis vuitton tavolo biliardo 6.jpgLouis Vuitton


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I trend della moda Primavera Estate 2020 sono tanti, ma gli spunti che possiamo prendere dal passato sono ancora di più, e, soprattutto, sono in grado di regalare un tocco particolare ai nostri outfit. Inoltre, puntando su capi iconici è davvero difficile commettere errori di stile. E allora non resta che guardare alla storia, e chi meglio di Audrey Hepburn, con i suoi look sempre impeccabili, può farci da ispirazione? Abbiamo selezionato per voi otto scatti che vedono l'attrice sfoggiare capi estivi, a volte in riva al mare, altre volte sui set dei suoi celebri film. Dai freschi maxi dress bianchi, fino agli shorts e ai crop top, i capi della bella stagione ci sono proprio tutti. Guardate come li indossa Audrey Hepburn e prendete appunti per realizzare i vostri outfit.

Leggete anche le ballerine secondo Audrey Hepburn.

Non perdete Brigitte Bardot e Audrey Hepburn: due icone, due ballerine.

Audrey Hepburn - 1955Audrey Hepburn - 1955
Abito con corpetto e gonna a ruota
Hulton ArchiveAudrey Hepburn in Due per la strada - 1966Audrey Hepburn in Due per la strada - 1966
Maglia bicolore, jeans a vita alta e sneakers
Mondadori PortfolioAudrey Hepburn in Due per la strada - 1967Audrey Hepburn in Due per la strada - 1967
Crop top e shorts in maglia, cappello di paglia e occhiali da sole
Archive PhotosAudrey Hepburn - 1949Audrey Hepburn - 1949
Abito con stampa, dettagli in pizzo di Sangallo e maniche a palloncino
Ron CaseAudrey Hepburn - 1954Audrey Hepburn - 1954
Camicia stampa check e shorts
BettmannAudrey Hepburn - 1955 ca.Audrey Hepburn - 1955 ca.
T-shirt e pantaloni cropped
Archive PhotosAudrey Hepburn - 1954Audrey Hepburn - 1954
Maglia, shorts a quadri e cappello di paglia
ullstein bild Dtl.Audrey Hepburn in Due per la strada - 1966Audrey Hepburn in Due per la strada - 1966
T-shirt marinière e micro shorts
Mondadori Portfolio


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Maggiordomo alla Casa Bianca per 55 anni. Wilson Roosevelt Jerman

Un "uomo adorabile”. Così l’hanno definito all’Nbc l’ex presidente George W. Bush e la first lady Laura Bush. Wilson Roosevelt Jerman, ex maggiordomo alla Casa Bianca, è morto lo scorso fine settimana a causa del coronavirus all’età di 91 anni. Lo ha annunciato sua nipote Jamila Garrett. Del nonno ha raccontato che è stato assunto per la prima volta come addetto alle pulizie alla Casa Bianca durante la presidenza di Dwight D. Eisenhower, ricevendo poi la promozione a maggiordomo negli anni '60 quando John F. Kennedy presiedeva l'Ufficio Ovale.

“In realtà Jackie O lo ha promosso maggiordomo perché avevano un rapporto bellissimo”. Questo è stato determinante nel suo upgrade”

Jerman secondo Jamila era un ”uomo sincero e amava la famiglia”, aveva un grande spirito di servizio. Se qualcuno aveva bisogno di lui, non importava chi fosse, lui lo aiutava. “Da lui abbiamo imparato l’importanza di essere autenticamente se stessi”, ha detto.

E poi ha raccontato del legame forte che aveva con George Bush. Appena arrivato alla casa Bianca il presidente non riusciva a dormire e il maggiordomo rimaneva in camera sua finché non si fosse assopito completamente.

L’ultima famiglia presidenziale che ha servito è stata quella degli Obama e infatti è ricordato anche nel libro biografico di Michelle Becoming ora diventato un documentario su Netflix

Jerman e sua moglie hanno avuto cinque figli e 12 nipoti. A causa della pandemia, la famiglia terrà un servizio funebre virtuale.



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